Tetsuo: Iron Man
Shinya Tsukamoto
Anno: 1989 | Voto: 7/10
Un auto-feticista estremo (interpretato dallo stesso regista) è solito innestare componenti metallici vari nel proprio corpo. Quando l'ennesima cruenta applicazione rigetta, spaventato scappa per la città, finendo investito da un automobilista di passaggio assieme alla fidanzata.
Ritenendo morto l'investito, i due decidono di gettarlo nel bosco senza avvertire le forze dell'ordine. La situazione inconsueta eccita la ragazza al punto di pretendere un rapporto sessuale di fronte al cadavere. Il film non chiarisce se il feticista sopravviva, se si tratti di un'oscura maledizione o se sia l'investitore ad impazzire, ma da quel momento l'uomo inizierà una graduale trasformazione in uomo-macchina.
Tutto inizia quando radendosi scopre di avere un piccolo condensatore al posto di un pelo di barba. In seguito, in una delle scene che hanno reso celebre la pellicola, l'uomo subisce la metamorfosi del pene in una fresa gigante, con cui penetra a morte la fidanzata. L'uomo si scontra infine con il feticista che credeva morto, tra le rovine post-industriali che diventeranno parte di entrambi i corpi durante lo scontro.
I due finiscono per fondersi in un'unica enorme creatura biomeccanica, pronta a seminare morte e distruzione nel mondo.
— via wikipedia
Definitivo, definitivamente folle. La fusione tra uomo e macchina ha qui il suo massimo, nella forma più straziante ed esasperata. Una grande pellicola del genere Cyberhorror (vedi speciale Cyberpunk) dal titolo fumettoso.
Consigliato a chi ha visto ed ha ammirato Crash di Cronenberg ('96) in cui l'amore per la macchina, il meccanico e l'acciaio si scontra con la carne viva dell'uomo, utilizzatore attivo (o passivo) della macchina.
Le riprese intervallano repentini cambi di ritmo e di immagini a velocità tali da portarci dopo la mezzora all'esaurimento nervoso, perfettamente coinvolti nella regia. Riprese rigorosamente in bianco e nero e dialoghi inutilmente lenti e ossessivi.
Una sensazione di claustrofobica oppressione si sprigiona nello spettatore dai continui movimenti della camera mai fissa e da ambienti mai perfettamente definiti: sempre chiusi, stretti, soffocanti.
Una critica (o forse un elogio?) alla vita moderna, alla tecnologia, alle macchine, alle industrie e alle catene di montaggio, immersi in città sempre più a misura di macchina e automatismi piuttosto che d'uomo (tokyo).
Ogni elemento ha caratteristiche sociali e filosofiche: la disumanità rappresentata dall'inorganicità dell'acciaio, il sesso come violenza feticcia, il mondo mutato in qualcosa di meccanico perdendo estetica e moralità.
Un concentrato di violenza, fantascienza e feticismo per il meccanico e le mutazioni dell'acciaio. Difficilmente perdibile da un amante del cyberpunk/cyberhorror. Per tutti gli altri, è consigliabile dare una vista a Crash, prima di addentrarsi in questo concentrato di frese, circuiti e creature biomeccaniche.
Federico Quagliotto